La disidratazione, il rischio di chi pratica sport durante la stagione calda

L’Estate è arrivata e il caldo aumenta… Chi pratica sport come si deve comportare?

E’ arrivata l’estate e, come ogni anno, le previsione delle temperature che caratterizzeranno le prossime settimane assumono toni allarmanti. Campagne di sensibilizzazione per la prevenzione dei colpi di calore invadono i mezzi di informazione. La prima indicazione è bere tanto, bere anche se non si avverte la sete, bere oltre la sete.

Bere favorisce la dispersione del calore ed il mantenimento della temperatura corporea.

Oltre i liquidi è necessario integrare la razione alimentare con abbondanti porzioni di frutta, ortaggi e verdure fresche di stagione, che contengono tutte le sostanze ed i nutrienti necessari per contrastare gli effetti del caldo eccessivo.

Infine, cercare di passare un certo numero di ore al giorno in ambienti freschi: l’organismo avvertirà il beneficio di una adeguata escursione termica. Queste poche regole garantiscono il risultato per tutta la popolazione in generale, ma il popolo dello sport come si deve comportare? Fermo restando per tutti l’importanza di arrivare correttamente idratati e nutriti alla prestazione sportiva, è bene evitare di svolgere la propria attività nelle ore più calde della giornata, specie se all’aperto e se si tratta di sportivi amatoriali; e, naturalmente, bere durante l’attività.

Ma bere cosa? L’offerta di acque, di bevande in generale e di bevande “per lo sport” è in continuo aumento. Cosa scegliere?

Nella stragrande maggioranza dei casi l’acqua fresca è la bevanda ideale alla temperatura di 4-7°C.

Ma, per contrastare il rischio di disidratazione, è lecito ricorrere anche a bevande che possono risultare più gradevoli al palato, tenendo sempre in considerazione l’apporto calorico eventualmente contenuto e l’eventuale presenza di sostanze stimolanti (caffeina, etc..).

Diverso è l’approccio per coloro che svolgono attività agonistiche.

La perdita di liquidi, con conseguente produzione di sudore, aumenta con l’intensità dell’esercizio fino ad 1,5-2l all’ora, con punte di 2-4l in soggetti particolarmente allenati che raggiungono elevati livelli di intensità di lavoro muscolare. Per contro, va considerato che, l’assunzione spontanea di liquidi durante un esercizio intenso, non riesce a coprire oltre il 50% delle perdite.

Le pratiche sportive che risentono maggiormente della perdita di liquidi sono quelle di resistenza (prevalentemente aerobiche e, comunque, prolungate nel tempo) con durata superiore alle due ore. Per queste discipline, specie se praticate in condizioni climatiche a temperatura ed umidità elevata, anche la sola assunzione di acqua, in grande quantità, potrebbe comportare “iperidratazione”, associata ad una riduzione del sodio ematico, ossia, una ritenzione idrica che avrebbe, come conseguenza, la non corretta idratazione dei tessuti, con perdite eccessive di sodio e conseguente predisposizione al collasso.

I fattori che possono causare la condizione sopra descritta sono, ad esempio, il clima particolarmente caldo associato ad elevata umidità; l’appartenenza al sesso femminile (per una maggior quantità di acqua presente nei tessuti nella donna) ed altri fattori che possono influire sulla prestazione.

In questi casi, il consumo di soluzione con maltodestrine ed elettroliti durante l’esercizio, aiuta a mantenere la corretta idratazione ed a prevenire l’iposodiemia.

Verifiche sulla distribuzione corporea dei liquidi suggeriscono che, durante la pratica di un’attività di resistenza prolungata oltre le due ore, in condizioni di alta temperatura, le elevate perdite di liquidi risultano maggiormente controllate dall’ingestione di bevande con elettroliti che non dalla semplice assunzione di acqua.

Infatti, anche se l’introduzione di sola e semplice acqua durante l’esercizio riduce, evidentemente, la perdita di liquidi, l’aggiunta di elettroliti in proporzioni adeguate, oltre a ridurre ulteriormente la perdita di liquidi totali, minimizzerà la perdita di fluidi intracellulari, migliorando sensibilmente le condizioni di idratazione che favoriscono la prestazione sportiva. Anche se le condizioni descritte rappresentano situazioni estreme, l’ideale sarebbe che ogni atleta professionista “confezionasse” la propria bevanda, con un aiuto di uno specialista secondo le esigenze personali dettate dalle caratteristiche individuali, il tipo di allenamento e l’impatto ambientale sulla sudorazione e lo stress da calore.

Inutile sottolineare che comportamenti estremi, come la drastica riduzione dell’introito di liquidi durante alcuni periodi di allenamento – per il raggiungimento di chissà quali chimere – è assolutamente da evitare sempre, a maggior ragione in estate.

 

Francesco Crisafulli,
Personal Trainer e 2 volte campione Italiano F.I.P.C.F. CONI.

Fumo e Sport

SPORT SENZA FUMO, GIOCA PULITO

Sport vuol dire vita. L’esercizio fisico aiuta, infatti, a raggiungere un migliore stato di benessere sia fisico che psichico, ispira libertà e anche bellezza e divertimento. Al contrario, il fumo di sigaretta e il consumo di tutti i prodotti a base di tabacco sono causa di malattia e di morte.

Il fumo di sigaretta, infatti, è oggi la principale causa di malattia e di morte nella maggior parte dei Paesi sviluppati, provocando ogni anno – in tutto il mondo – circa 4 milioni di morti premature. Le stime dell’OMS prevedono che, per l’anno 2030, il tabacco ucciderà oltre 10 milioni di persone, molte di più delle vittime dell’HIV, della tubercolosi, degli incidenti stradali, dei suicidi e degli omicidi messi insieme.

Solo nel nostro Paese i fumatori al di sopra dei 15 anni sono circa 14 milioni, la maggioranza dei quali inizia prima dei 21 anni e consuma tra le 11 e le 20 sigarette al giorno. In Italia, il tabacco è il responsabile di circa il 30% di tutte le morti per tumore, ovvero 45.000 decessi ogni anno.

Ad esse, si sommano 8.000 decessi l’anno per cause legate al fumo passivo, 10.000 morti per bronchite cronica ed enfisema polmonare ed un numero non trascurabile di decessi per infarto miocardico e altre patologie cardio e cerebro-vascolari. Si calcola che in Italia muoiano, complessivamente, ogni anno 83.000 persone per cause legate al fumo e uno ogni sei/sette decessi sia dovuto al tabacco. Secondo l’Istat, nel 2000, almeno quindici milioni e mezzo di persone (il 27,4 % della popolazione italiana con più di tre anni) hanno praticato uno sport e oltre dieci milioni lo hanno fatto con continuità. Nel nostro Paese, gli sport più praticati e diffusi sono, per gli uomini, il calcio e il calcetto (38,6 %), il nuoto (12,4 %), la ginnastica (13,3 %). Per le donne, invece, ginnastica e danza (51,6 per cento) e nuoto (24,1 per cento). Il nuoto, inoltre, è anche lo sport maggiormente praticato dai bambini fra i tre e i cinque anni. Chi fa sport, e ci tiene a farlo al massimo delle proprie capacità, non può fumare: il fumo, infatti, incidendo negativamente sul fiato e il rendimento muscolare, è causa di un minore rendimento sportivo. Purtroppo però i grandi eventi sportivi diventano per le multinazionali del tabacco un potente canale pubblicitario. I Mondiali di calcio, come i tornei internazionali di tennis, le regate di Coppa America o i gran premi di Formula 1 hanno, infatti, il potere di catalizzare, in ogni parte del mondo, l’attenzione di milioni di persone. Per capire la portata del fenomeno, una recentissima indagine continuativa sulle potenzialità degli eventi sportivi e il valore delle sponsorizzazioni promossa da StageUp.com e TNS Abacus ha calcolato che, in Italia, 32 milioni di persone si interessano di sport. Sponsorizzando eventi sportivi tanto seguiti, i produttori di tabacco guadagnano, così, centinaia di milioni di dollari l’anno (più o meno la stessa quantità di denaro che Stati e governi devono stanziare per combattere le malattie conseguenza del fumo), le federazioni sportive incassano i soldi degli sponsor, mentre tifosi e spettatori vengono ingannati e danneggiati. Le marche di sigari e sigarette sulle magliette degli sportivi e negli spazi pubblicitari degli stadi sono portatrici di veri e propri messaggi subliminali per gli spettatori seduti sugli spalti e per quelli incollati agli schermi televisivi. Indotti a credere che il fumo non sia poi così pericoloso se è una competizione sportiva a farsene promotrice. La verità, invece, è che fumo e sport sono inconciliabili, per due ordini di motivi. Perché il fumo altera pesantemente ogni performance sportiva e perché “l’esercizio fisico non protegge in alcun modo dal rischio che un fumatore abituale ha di ammalarsi di cancro al polmone”. Come ha affermato Lisa Colbert del National Cancer Istitute di Bethesda (USA), dopo aver tenuto sotto controllo per dieci anni 27 mila uomini tra i 50 e i 69 anni, che tra il 1985 e il 1988 hanno fumato almeno cinque sigarette al giorno. Più della metà del campione aveva dichiarato di praticare attività fisica, che però non ha preservato 1.442 di loro dal contrarre un tumore al polmone. Le case produttrici si difendono sostenendo che la loro pubblicità mira unicamente alla vendita di una marca piuttosto che di un’altra e che non influenza in alcun modo il consumo di tabacco. Numerose ricerche tuttavia hanno rivelato che la sponsorizzazione favorisce il reclutamento di nuovi fumatori e aumenta la quantità di fumo assunta da chi ne è già dipendente. E la cosa più grave è che i nuovi arruolati sono quasi sempre giovani e giovanissimi: dai 9 anni in su, senza alcuna distinzione tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. Bastino alcuni esempi. Nel 1996, una compagnia indiana associata alla British American Tobacco (BAT) divenne lo sponsor dell’Indian World Cup Cricket. Il risultato fu che l’abitudine a fumare tra i teen agers indiani aumentò di cinque volte. Nel 2000 un’indagine della BBC in Gambia scoprì che la BAT aveva distribuito sigarette della “Benson & Hedges” durante i campionati di beach volley organizzati dai ragazzi in vacanza scolastica. In Colombia, nello stesso anno, si potevano trovare in gran quantità cartelloni e striscioni della Marlboro dove si svolgevano le gare di go-kart, uno sport praticato soprattutto dagli adolescenti. Ma le cose stanno cambiando. Il mondo dello sport ha capito di poter vivere anche senza i soldi delle multinazionali del tabacco, e di poter fare molto per il bene delle future generazioni. Dando di sé un’immagine pulita, senza lasciare spazio a mistificazioni e superficialità. Per questo nel corso degli anni le federazioni sportive hanno promosso manifestazioni e campagne contro il fumo e i “divi” dello sport si sono fatti ambasciatori di uno stile di vita “smoke-free”.

Tabacco e sponsorizzazioni sportive

La storia delle sponsorizzazioni sportive delle multinazionali del tabacco, legate ad eventi motoristici, ha inizio alla fine del 1967 quando il CSI, organismo che supervisiona le attività della FIA (Federazione Internazionale dell’Automobilismo), consente la pubblicità sulle auto da corsa per creare nuove opportunità finanziarie per la Formula 1 in espansione. Il primo a legarsi ad una azienda di sigarette è Anthony Colin Bruce Chapman, patron della Lotus Engineering Co. Ltd, che firma un contratto con la Imperial Tobacco come sponsor della sua scuderia per il 1968. Inizia così la storia della dipendenza economica della Formula 1 dalle industrie del tabacco e il verde inglese delle prime Lotus lascia spazio ai colori della Gold Leaf e successivamente al giallo oro e nero delle John Player Specials. Grazie alle sponsorizzazioni dei campionati di Formula 1, del motomondiale o anche di singole manifestazioni motoristiche che si svolgono in tutto il mondo, le case produttrici di tabacco riescono ad aggirare il divieto di reclamizzare prodotti nocivi per la salute come le sigarette, diffondendo, però, la conoscenza dei loro marchi. La carrozzeria e gli alettoni di vetture e moto diventano potenti cartelloni pubblicitari per le sigarette. E il perché le multinazionali del tabacco scelgano di sponsorizzare gli eventi sportivi si capisce dalla recente rilevazione di StageUp e Tns Abacus sull’eco mediatica dei principali eventi sportivi. Dall’indagine è emerso, infatti, che in Italia gli eventi che suscitano il maggiore interesse sono il Campionato di Calcio seguito da 29,5 milioni di appassionati, la Formula 1 (28,8 milioni) e, in ascesa, il Campionato Mondiale di Motociclismo (20 milioni). Alla F1, le sponsorizzazioni delle multinazionali del tabacco fruttano oltre 300 milioni di Euro ogni anno. Nonostante questo, la FIA ha però recentemente ribadito la decisione di vietare la pubblicità del tabacco nello sport automobilistico internazionale alla fine della stagione 2006. Ed è stato proprio il presidente della FIA, Max Mosley, in occasione della presentazione a Ginevra della campagna mondiale contro il tabacco, a condividere le preoccupazioni del presidente danese dell’Oms, Gro Harlem Brundtland, sui pericoli per la salute legati al fumo, annunciando di voler, in questo modo, sostenere il progetto dell’OMS sul controllo del tabacco. Mosley ha voluto anche sottolineare che né la FIA né le sue competizioni sono sostenute dai produttori di sigarette, ricordando però che il divieto di pubblicità del tabacco priverà lo sport automobilistico (scuderie, piloti, ecc.) di sostanziose sovvenzioni. Per far fronte a questa situazione, la FIA intende incoraggiare chi gareggia nello sport automobilistico a diversificare l’aiuto che riceve dal tabacco: già da quest’anno, infatti, la Federazione ha spedito una circolare alle scuderie per ricordare che partner, sponsor e patrocinatori del mondo del tabacco devono essere abbandonati e sostituiti. Un proposito, quello del divieto di pubblicità del tabacco nella F1, facile nelle intenzioni, ma sicuramente complesso da mettere in pratica. La questione, infatti, coinvolge direttamente diversi team tra i più forti, come la BAR (British American Racing) che ha in scuderia Jacques Villeneuve e il cui pacchetto di maggioranza è in mano alla British American Tobacco; la Ferrari che è sponsorizzata da Philip Morris e che ha addirittura cambiato lo stesso nome della scuderia da Scuderia Ferrari a Scuderia Marlboro-Ferrari; la Jordan, sostenuta da Benson and Hedges, la McLaren che pubblicizza la West e la Japan Tobacco che, con il marchio Mild Seven, sponsorizza Benetton. Per la FIA, inoltre, non sarà facile nemmeno far rispettare integralmente questo divieto soprattutto considerando che in alcuni paesi organizzatori di Gran Premi, come Giappone, Malesia, Ungheria e Brasile, la pubblicità delle sigarette non è vietata e, alcuni Gran Premi, come quello di Ungheria, hanno come main sponsor ditte produttrici di tabacco.

La FIFA e l’OMS insieme contro il fumo

I Mondiali di calcio sono alle porte e, per la prima volta nella storia di questo sport, negli stadi di Corea e Giappone che ospiteranno le partite sarà vietato fumare. La Fifa – Football International Federation Association – ha infatti deciso di contribuire alla lotta contro il fumo e ha aderito all’invito dell’Organizzazione mondiale della sanità, che da tempo punta sui grandi avvenimenti sportivi per le sue campagne di informazione sui rischi del tabagismo. Dopo le tante campagne contro gli spot delle sigarette sulle vetture della Formula 1 e i successi arrivati con i giochi olimpici, che da Calgary ’88 sono «tobacco free» (il divieto era in vigore anche a Salt Lake City, dove quest’anno si sono disputate le Olimpiadi invernali), la messa al bando delle sigarette si allarga al mondo del calcio. Il tabacco viene estromesso da corse, partite e incontri e la comunità sportiva internazionale si riunisce intorno all’OMS per liberare gli eventi sportivi nel mondo dal tabacco. I primi campionati del mondo «no smoking» della storia saranno inaugurati a Seul, il prossimo 31 maggio, con la sfida tra Francia, campione in carica, e Senegal. Lo stesso giorno in cui in tutto il mondo si celebra la giornata mondiale contro il fumo, organizzata dall’Oms. Con questa decisione, la Fifa, ovvero il ‘governo’ mondiale del calcio, si impegna a fare controinformazione sul tabagismo, i cui rischi sulla salute aumentano attraverso pubblicità e sponsorizzazioni. Durante i Mondiali, testimonial di questa battaglia congiunta Oms e Fifa saranno alcuni grandi campioni del pallone che lanceranno messaggi dedicati sulla prevenzione, spiegando che rinunciare alle sigarette significa adottare uno stile di vita migliore e più sano.
Le battaglie dello sport contro il fumo
Gli eventi sportivi sono importanti strumenti educativi nella prevenzione del tabagismo. Nulla è più efficace soprattutto per sensibilizzare i più giovani. Ecco, dunque, alcune occasioni in cui lo sport si è apertamente schierato contro il fumo, dalla parte della salute e del benessere:

Olimpiadi senza fumo: sin dall’inizio, nel 1896, i Giochi Olimpici vietano alle compagnie di tabacco di sponsorizzare i propri prodotti. Questa politica si rafforza nel 1988 quando il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) proibiscono il fumo in tutte le manifestazioni olimpioniche.

1992: il governo federale dell’Australia approva una legge che bandisce la sponsorizzazione del tabacco dagli eventi sportivi nazionali.

1993: L’American Cancer Society e l’Associazione Nazionale degli Istruttori di Basket danno vita alla società degli “Allenatori contro il Cancro” (nel 1999 si unisce anche l’Associazione delle Allenatrici di Basket). La società promuove programmi educativi nelle scuole e nei campi di basket, eventi a livello locale e nazionale in cui gli allenatori si fanno portavoce di uno stile di vita salutare per prevenire il cancro.

1994: Tony Rominger, vincitore in quell’anno del Giro d’Italia presta il suo nome per numerose campagne antifumo rivolte soprattutto ai giovani. Nello stesso anno, Vreni Schneider, campione olimpionico di sci, è nominato non fumatore dell’anno da un’assemblea di delegati dell’associazione svedese di non fumatori e dal gruppo connesso del Canton di Vaud.

1995: il campionato mondiale di atletica a Gothenburg è il primo evento a livello mondiale smoke-free, promosso dall’Istituto di Salute Pubblica, dall’Associazione Medica e dalla Federazione Atletica svedesi.

29 maggio 1995: i partecipanti al Giro d’Italia corrono nella tappa del 31 maggio con il divieto di fumare stampato sulla maglietta insieme al simbolo della Giornata Mondiale Senza Tabacco. A Napoli e a Lecce si svolgono due maratone “senza fumo”.

1996: La Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori contesta la sponsorizzazione Marlboro per la Ferrari, con una lettera al Ministro della Sanità e al Sen. Giovanni Agnelli. Questa sponsorizzazione, secondo la LILT, vanifica tutte le iniziative contro la pubblicità dei marchi legati al tabacco.

31 agosto 1997: il CIO decide il bando della pubblicità di sigarette dalle Olimpiadi durante la trasmissione radio-televisiva delle gare. “E’ in gioco l’immagine stessa dei giochi”, sostiene Francois Carrard, direttore generale del CIO.

16-22 dicembre 2000: i Campionati Assoluti di tennis di Roseto (Teramo) sono abbinati ad una campagna contro il fumo promossa dall’Antismoking Center di Nembro (Bergamo).

2 febbraio 2001: il secondo concorso regionale per la lotta contro il fumo realizzato dall’ASL 8 di Asolo in collaborazione con la regione Veneto e con altre istituzioni, si giova di testimonial d’eccezione. Alex Del Piero, Paola Pezzo, Miguel Martines e Manuela Di Centa dicono “Chi non fuma…vince”. Il concorso invita gli studenti a produrre lavori creativi e artistici (spot pubblicitari, disegni, messaggi audio e fotografie per promuovere uno stile di vita senza tabacco).

11 febbraio 2001: i XIX Giochi Olimpici Invernali e gli VIII Giochi Paraolimpici di Salt Lake City (Utah, Usa) sono “tobacco-free”. L’uso e la vendita di prodotti del tabacco è vietata.

2001: l’associazione di football sud africana (SAFA) organizza programmi che promuovono uno stile di vita libero dal fumo.

In tutto il 2001, inoltre, sono state numerose le iniziative lanciate dalle agenzie e dalle organizzazioni che aderiscono al movimento per lo “sport senza tabacco” del Centers for Disease Control and Prevention (CDC):

donne e uomini campioni dello sport provenienti dagli Usa, dall’Australia, dal Brasile, dalla Cina e dal Canada appaiono in posters a sostegno della campagna. Affermano: “l’unica cosa peggiore di una carta di credito rossa è un polmone nero”.

Vengono realizzati libri, manuali e documentari per aiutare gli allenatori e gli amministratori delle scuole e degli enti locali che si occupano di salute a far capire ai giovani l’importanza di uno stile di vita senza fumo.

In Italia, si svolge la prima manifestazione sportiva smoke-free ufficiale, la Maratona di Roma, il cui slogan è “Preferisco l’Aria”.

Novembre 2001: dopo la decisione della FIFA (Federazione Internazionale di Calcio), del Giappone e della Corea di vietare il fumo ai Mondiali di Calcio del 2002, anche la FIA (Federazione Internazionale dell’Automobile) vuole che dalla fine del 2006 i marchi di sigarette spariscano dalle tute dei piloti, dalle auto da competizione e dai circuiti della F1.

22 novembre 2001: l’OMS lancia a Ginevra la campagna “Per lo sport senza fumo”. Partecipano 191 Paesi e fanno da garanti atleti di fama mondiale, del CIO e della FIFA. Divieto assoluto di pubblicità del tabacco dentro gli stadi, i circuiti, le palestre e gli altri terreni di gioco.

11 febbraio 2002: Alessandro Costacurta e Demetrio Albertini prestano la loro immagine per la campagna contro il fumo organizzata dalla provincia di Milano e rivolta alle scolaresche. “A quell’età, dice Albertini, si prova a fumare per la pressione del gruppo e per provare la sensazione di sentirsi adulti. Io stesso ho provato per quei motivi. Ho provato e poi ho smesso. Ma si deve capire subito che la sigaretta è un errore da non ripetere”.

13 febbraio 2002: la squadra inglese del Gillingham propone di vietare il fumo all’interno dello stadio Priestfield. Il 51 per cento dei tifosi esprime parere favorevole.

Le sigarette nello sport

L’attività sportiva non sempre si accompagna a uno stile di vita salutare e corretto. Infatti, se è vero che il vizio della sigaretta non è così diffuso tra gli sportivi come tra la popolazione generale, è altrettanto vero che il 26,2% di coloro che praticano sport fuma. Con marcate differenze tra i due sessi: 34,9% di uomini e 17,6% di donne. Uno studio presentato nello scorso mese di marzo da Antonio Bonetti, professore associato di Medicina dello Sport all’Università di Parma, in occasione del convegno svoltosi a Roma su “Fumo, Sport e Prevenzione”, ha calcolato l’incidenza del fumo di sigaretta sulle diverse discipline sportive praticate da un campione rappresentativo di abitanti dell’Emilia Romagna. Dati regionali che, come conferma lo stesso Bonetti, sono però indicativi del trend nazionale.

Dall’analisi dei dati risulta che in alcuni sport il tabagismo è maggiormente diffuso: quelli di squadra (il calcio, il rugby, il baseball, il basket e la pallavolo). La ragione sarebbe di ordine psicologico: non puntando sulla prestazione fisica del singolo, queste attività sportive permettono alle persone di sentirsi meno responsabili del proprio stato di salute. Si tratta, inoltre, di discipline in cui la componente atletica è meno importante di quella tattica (ragione per cui è più facile trovare un calciatore che fuma piuttosto che un maratoneta o uno sciatore di fondo). Incide anche il ruolo dell’atleta all’interno della squadra (nel calcio, ad esempio, è più probabile che sia il portiere a fumare piuttosto che un centrocampista). Che negli sport di squadra si concentri una percentuale consistente di fumatori è stato evidenziato anche dalla ricerca epidemiologica di Diego Serraino del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, che tra il novembre 1985 e l’ottobre 1986 ha svolto un’indagine tra gli sportivi dilettanti e fumatori della provincia di Pordenone (Friuli Venezia Giulia). Risultato: il 3% praticava sport di resistenza, il 23% sport di squadra e il 20% altre attività non meglio precisate. Emerge, inoltre, che i fumatori sportivi maschi rappresentavano un terzo della popolazione generale, le femmine un quinto. Analogamente, una ricerca pubblicata nel 1991 dal Journal Sports Medicine and Physical Fitness, condotta dal Dipartimento di Ricerca di Medicina Sportiva del Wingate Institute a Netanya (Israele), ha evidenziato che il 15,5% della popolazione di atleti fuma e che tra questi la maggioranza sono giocatori di calcio. Ma vi sono anche sport individuali in cui è frequente imbattersi in atleti fumatori: il body building e gli sport da combattimento (judo, karate, wrestling, sollevamento pesi e simili), ovvero quelle discipline che richiedono minore resistenza, in quanto l’intensità dello sforzo dura meno. Come è emerso dallo studio incrociato che alcuni ricercatori coordinati da T.L. Holmen dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica norvegese, hanno condotto su circa sette mila studenti tra i 13 e i 18 anni nella Contea Nord-Trøndelag (Norvegia) negli anni 1995-1997. Lo studio, pubblicato sullo European Respiratory Journal, ha evidenziato un dato tanto scontato quanto inequivocabile: più si fuma minore è la frequenza dell’esercizio fisico che si riesce a fare. Tanto che i fumatori abbandonano di più la pratica sportiva, sia quelli abituali (52% di maschi e 61% di femmine) che quelli occasionali (43% di maschi e 39% di femmine). Al contrario, la partecipazione alle competizioni sportive scolastiche è maggiore tra coloro che non hanno mai fumato.

Più fumi meno corri

Gli effetti sulla prestazione sportiva del fumo sono stati calcolati da uno studio di B. Marti, T. Abelin e Vader JP. pubblicato nel 1988 da Preventive Medicine. Gli scienziati non hanno dubbi: la resistenza alla corsa, ad esempio, è notevolmente inferiore nei fumatori rispetto ai non fumatori. Studiando la corsa di 6.500 diciannovenni iscritti al servizio di leva è stato possibile stimare che in uno stesso tempo (12 minuti) i fumatori riescono a percorrere una distanza minore di quella coperta dai non fumatori. Nello stesso studio, inoltre, tra 4.100 joggers che avevano preso parte a una gara che si correva sulla distanza di 16 chilometri, è risultato che i fumatori correvano molto più lentamente. Gli studiosi hanno calcolato che per ogni sigaretta fumata il tempo per completare la corsa aumentava di 40 secondi e che fumare 20 sigarette ogni giorno rendeva questi atleti più vecchi di 12 anni quanto a capacità atletiche. In altre parole, chi fuma e ha 30 anni corre come una persona che ne ha 42. Il fumo quindi altera negativamente la perfomance sportiva perché provoca un decremento della capacità polmonare e della forza muscolare.

Nel 1983, un’équipe dell’università di Aarhus in Danimarca guidata da Christian Klausen ha quantificato alcuni di questi effetti su un gruppo di giovani (età media: 24,5 anni) abituati a fumare tra le 5 e le 15 sigarette al giorno. Gli studiosi hanno calcolato le conseguenze di 3 sigarette fumate prima dello svolgimento di un esercizio fisico della durata di 9 minuti e hanno poi confrontato i valori ottenuti con quelli misurati dopo il medesimo sforzo su un campione di controllo (giovani che non avevano fumato). Questi sono stati i risultati:

Gli effetti del tabacco sono gli stessi nei dilettanti e nei professionisti. Sono però più spiccati nei soggetti non allenati. E derivano, come ha spiegato Michelangelo Giampietro, specialista in Medicina dello Sport e Scienza dell’Alimentazione e docente di Alimentazione e Nutrizione Umana, corso di laurea in Scienze Motorie presso l’università di Cassino-Tor Vergata (Roma), da due componenti: la nicotina e il monossido di carbonio (un gas incolore prodotto dalla incompleta combustione delle foglie di tabacco). La nicotina, che determina l’aroma del tabacco e che è responsabile della dipendenza del fumatore, aggredisce soprattutto l’apparato cardiocircolatorio, provocando una riduzione delle dimensioni dei vasi sanguigni periferici e causando l’aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, dell’eccitabilità del miocardio e quindi dell’incidenza di cardiopatie ischemiche. Per capire gli svantaggi che si riversano su chi pratica sport, basti pensare che l’allenamento (soprattutto quello delle discipline aerobiche) provoca esattamente l’effetto opposto e che esiste un doping basato su farmaci metabloccanti, farmaci cioè che abbassano la frequenza cardiaca. La nicotina, inoltre, non favorisce nemmeno la destrezza e la concentrazione dell’atleta. Per quanto stimoli il sistema simpatico, non agisce al pari di un farmaco psicoattivo. Infatti, a differenza della caffeina, che svolge un’azione specifica di eccitazione sul sistema nervoso centrale, la nicotina colpisce in special modo l’apparato cardiocircolatorio. Il monossido di carbonio sottrae ossigeno al sangue, inducendo effetti negativi sui tessuti. Una volta inalato, infatti, si combina, a livello alveolare, con grandi quantità di emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno, formando la carbossiemoglobina e riducendo, perciò, l’ossigeno disponibile. Tanto è vero che, anche in questo caso, esiste una forma di doping a base di farmaci in grado di aumentare la quantità di ossigeno nel sangue. Inoltre, proprio nei tessuti, il monossido di carbonio si lega con la mioglobina, proteina indispensabile alla contrazione muscolare. Secondo uno studio realizzato da Antonio Todaro, della Società Italiana di Pneumologia dello Sport, nei fumatori il tasso di carbossiemoglobina è in media del 4-5% con picchi subito dopo aver fumato che raggiungono il 9%, con conseguenze negative sulle prestazioni sportive. Bronchiti e infezioni riducono la superficie polmonare deputata agli scambi di ossigeno, in ciò aiutate dalle polveri e dalle componenti solide del tabacco (il catrame, ad esempio, è un dannosissimo agente cancerogeno, la cui azione si esercita principalmente sulle cellule dei polmoni). Un anno di astensione dal fumo è sufficiente affinché la potenza aerobica, quella anaerobica e il carico di lavoro aumentino. Nel caso, invece, che si smetta definitivamente di praticare sport, ma non di fumare, non ci si può considerare esenti dalle conseguenze del tabacco, in quanto 3-4 mesi di inattività sono sufficienti ad annullare i benefici di anni di esercizio fisico. Gregory Hirsch della Divisione di Fisiologia Respiratoria e di Medicina presso il Centro Medico dell’università della California, ha studiato gli effetti immediati del fumo di sigaretta sul sistema cardiorespiratorio durante lo svolgimento di un’attività fisica. La ricerca, pubblicata nel giugno 1985 sul Journal of Applied Physiology, ha sottoposto 9 soggetti di sesso maschile ad esercizi fisici in due giorni separati, invitandoli a fumare tre sigarette prima dello sforzo solo nel secondo giorno. Gli studiosi hanno così calcolato che l’apporto di ossigeno diminuiva del 4% dopo aver fumato. Hanno quindi individuato gli effetti immediati, cosiddetti acuti del fumo: irritazione delle membrane della mucosa con alterazioni del tono dei bronchi, maggiore vasocostrizione e distribuzione regionale non uniforme del flusso ematico, oltre all’aumento della frequenza del respiro, del battito del polso e alla comparsa della tachicardia. Si può riassumere, a questo punto, operando una distinzione tra gli effetti a breve termine e quelli a lungo termine del fumo di sigaretta. Nel primo caso si tratta di sintomi reversibili dopo alcune settimane dal momento in cui si smette di fumare, nel secondo invece gli effetti possono essere più duraturi.

Effetti a breve termine del fumo sullo sportivo

Maggiore affaticamento. Si riduce infatti il tempo di esaurimento delle energie fisiche in esercizi a sforzo continuato

L’ossigeno non riesce a raggiungere i muscoli. Si produce un’intossicazione da monossido di carbonio (CO) e un blocco parziale dell’emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno ai muscoli

Diminuisce il flusso del sangue ai muscoli, ma anche al cervello e all’apparato cardiovascolare

Si riduce la ventilazione polmonare, ossia il volume complessivo di aria immessa nei polmoni

Sfruttando meno il metabolismo aerobico si deve ricorrere a quello anaerobico: da qui una precoce formazione dell’acido lattico, una specie di “scoria” che intossica i muscoli

Si altera il sistema nervoso. La nicotina agisce come una sostanza antistressante, ma altera le condizioni biologiche dell’organismo

Effetti a lungo termine del fumo sullo sportivo

Riduzione cronica della funzione respiratoria e possibile ritardo dello sviluppo e della crescita delle funzioni polmonari

Infezioni dell’apparato respiratorio, asma e ostruzioni bronchiali causate da un’alterazione dei processi grazie ai quali le cellule dei bronchi riescono a espellere insieme al muco, i virus e gli altri agenti inquinanti

Riduzione della capacità di “diffusione” del polmone, ovvero del processo fondamentale della respirazione: il passaggio dei gas respiratori (ossigeno e anidride carbonica) dall’aria al sangue e viceversa

Aumento del rischio cardiovascolare

Disfunzione della frequenza cardiaca sia a riposo sia sotto sforzo. Quando è a riposo, infatti, il cuore deve lavorare più duramente per distribuire il sangue a tutto il corpo; durante l’esercizio fisico, invece, il cuore di un fumatore non riesce a pompare efficientemente il nutrimento e l’ossigeno supplementari richiesti dai muscoli

Aumento del rischio di cancro al polmone e agli organi dell’apparato respiratorio (una probabilità reversibile in un tempo che va dai 7 ai 10 anni dal momento in cui si smette di fumare)

Incremento della tosse, dell’escreato, del respiro ansimante

Raddoppia la probabilità di incorrere in infortuni durante gli esercizi

Aumenta il tempo di guarigione delle ferite: i fumatori, ad esempio, con fratture della tibia hanno bisogno di 4 settimane in più rispetto ai non fumatori per guarire e, a volte, non guariscono del tutto

Difficoltà a controllare il proprio peso. In particolare gli uomini che fumano hanno un dispendio energetico giornaliero minore rispetto ai non fumatori. Inoltre la distribuzione del grasso nel corpo dei fumatori può avere implicazioni avverse sulla salute

Sport aerobici e sport anaerobici: quali conseguenze causa il fumo?

Non tutti gli sport sono uguali, e non tutti sollecitano l’organismo allo stesso modo. Ci sono attività fisiche caratterizzate da sforzi “leggeri”, prolungati nel tempo. In questo caso il glucosio viene bruciato completamente fornendo molta energia. Tali sport sono detti aerobici. Al contrario, sottoposto a sforzi brevi e intensi l’organismo brucia il glucosio solo in parte producendo poca energia e molto acido lattico. Si parla in questo caso di sport anaerobici. Nella pratica di uno sport di squadra il metabolismo è aerobico durante le fasi lente o le pause di gioco, mentre è anaerobico durante le fasi che richiedono maggiore intensità fisica. In entrambi i casi il fumo produce dei danni seri e che non vanno sottovalutati.

 

Il mondo dello sport: segnali positivi contro il fumo

Dopo i giochi olimpici, decretati “tobacco free” dal 1988, e in attesa del 2006, anno in cui le sponsorizzazioni delle multinazionali spariranno anche dalle macchine di Formula 1, la FIFA ha deciso di contribuire alla lotta al fumo dichiarando i Mondiali di calcio di Corea e Giappone i primi campionati “senza fumo”.

“E’ tempo non solo di rifiutare sponsorizzazioni dai produttori di sigarette, ma anche di schierarsi in prima linea nella lotta al tabagismo. Approfittando della popolarità di cui il calcio gode, specialmente fra i più giovani”, è stata la dichiarazione dell’ufficio stampa della FIFA. L’occasione per celebrare l’impegno del calcio è data dal 31 maggio: giorno del primo incontro del torneo fra Francia e Senegal, e della giornata mondiale contro il fumo indetta dall’Organizzazione mondiale della sanità. Ma la rivoluzione del calcio senza fumo colpirà anche gli addetti ai lavori: tecnici, accompagnatori, dirigenti e calciatori, obbligati a fumare solo in “zone riservate”. Proprio fra gli atleti si sta diffondendo una mentalità meno accomodante nei confronti delle sigarette. La diffusione del tabacco nel mondo del calcio ha seguito una parabola ascendente negli anni Settanta e Ottanta, ma nell’ultimo decennio l’attenzione verso le prestazioni del proprio fisico da parte dei calciatori e la maggiore consapevolezza dei danni provocati dal fumo di sigarette ha fatto sì che il numero di atleti fumatori diminuisse. «Negli anni Settanta, i calciatori fumavano decisamente di più – afferma il Commissario Tecnico della Nazionale italiana Giovanni Trapattoni -. Personalmente ho molta fiducia nella scienza e nella medicina e visti i dati agghiaccianti sulle morti da fumo credo assolutamente che le sigarette facciano male. Inoltre nella mia esperienza il calcio è stato un deterrente per iniziare a fumare. Un problema che aveva già colpito la mia famiglia visto che mio padre dovette smettere per motivi di salute». E proprio la Nazionale Italiana di Calcio, in occasione della Giornata Mondiale Senza Tabacco, ha voluto essere accanto alla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori nella campagna di sensibilizzazione anti fumo intitolata ‘Sport senza fumo. Gioca pulito’. Due grandi campioni come Alex Del Piero e Damiano Tommasi, dal ritiro di Coverciano, sono stati i testimonial di uno spot contro il tabacco, rivolto soprattutto ai giovani e agli sportivi, per scoraggiare l’abitudine al fumo e per mettere in guardia dai rischi che le sigarette provocano alla salute, penalizzando anche il rendimento di chi fa sport. Proprio chi gioca a calcio ad alti livelli si preoccupa, per primo, degli effetti negativi che il fumo può avere sul proprio rendimento. Come il centravanti dell’Inter e della nazionale Italiana di Calcio Christian Vieri: «Io non fumo, anche se ci sono compagni che fumano. Ma, fortunatamente, il loro numero decresce in maniera costante e inoltre quelli che fumano lo fanno sempre in maniera minore». Contro il fumo si schiera anche l’ex calciatore della Lazio e della nazionale italiana Vincenzo D’Amico. «Confermo che prima nel calcio si fumava molto di più. Quando giocavo io a calcio, infatti, non c’erano le campagne di sensibilizzazione contro il fumo che ci sono adesso. Un po’ perché certi rischi venivano presi sotto gamba e un po’ perché sui danni da fumo se ne sapeva davvero poco. Non ci sono poi molti allenatori che vietano le sigarette. Questo trovo che sia anche giusto: un calciatore di 25 anni deve capire da solo qual è il rischio che corre». Un problema che forse quindi andrebbe affrontato nelle squadre giovanili. Ed è per questo che D’Amico lancia un’idea che alcuni allenatori dovrebbero adottare: «Mi trovassi quotidianamente a stretto contatto con i ragazzi appenderei nello spogliatoio alcuni dati sulle morti e le malattie causata dal fumo. In questo modo, se volessero continuare a sperare di diventare campioni e a giocare a uno degli sport più belli del mondo ci penserebbero più di una volta prima di accendersi una sigaretta».

Ma il calcio non è l’unico sport che ha deciso di boicottare il fumo. La Formula 1 dal 2006 metterà al bando le sponsorizzazioni da parte delle multinazionali del tabacco. E anche se erroneamente i piloti di Formula 1 non sembrano dei veri e propri atleti, il grosso sforzo fisico che si deve sopportare durante un Gran Premio ha fatto sì che gli atleti abbandonassero l’abitudine del fumo.

«Le sigarette – spiega Giancarlo Fisichella, pilota italiano della Jordan – non girano nel nostro ambiente ormai già da molto tempo. Da anni la Formula 1 è diventata molto fisica oltre che tecnica e un tale vizio sarebbe improponibile. Per quanto mi riguarda, penso che se avessi fumato le conseguenze sulla mia carriera sarebbero state devastanti. Minor reattività, minor capacità percettiva, minor resistenza alla fatica: insomma una vera e propria calamità si abbatterebbe sulle mie prestazioni fisiche e mentali».

A cura del mistero della salute

Le Tendiniti

Come si presenta una tendinite?

Chi di noi almeno una volta nella vita non ha sperimentato quella fastidiosa sensazione di peso e vago dolore, o localizzato su una articolazione (la spalla, il ginocchio o il gomito) o anche irradiato a monte o a valle di essa, magari dopo uno sforzo prolungato, a freddo, dopo un periodo di inattività?

Il “fastidio” spesso è stato così intenso e prolungato da ostacolare le normali attività sportive o quotidiane per settimane o mesi. I soli anti infiammatori, pur fornendo un beneficio temporaneo, non lasciano giovamento dopo la sospensione.

E allora iniziava la trafila di consigli, confronti con i compagni di allenamento, visite specialistiche, ecografie, risonanze magnetiche, radiografie, quasi sempre inconcludenti.

E poi, dopo un tempo indeterminato, quasi senza ragione apparente il sintomo svanisce come è insorto.

Probabilmente si trattava di una tendinite.

Queste comuni e indesiderate compagne delle nostre attività sportive sono state oggetto di studio dei maestri della traumatologia dello sport. Interi trattati, libri di testo, articoli pubblicati quotidianamente sulle più quotate riviste scientifiche ne parlano con intramontato interesse.

Anatomia di base:

Il muscolo scheletrico è responsabile del movimento delle ossa, permettendo di camminare, sollevare, saltare e compiere movimenti di vario genere. L’esecuzione del movimento è possibile grazie alla contrazione di un muscolo attivatore (agonista) dell’articolazione tributaria ed al rilasciamento del suo antagonista. La struttura che trasmette la forza della contrazione muscolare al capo osseo tributario è il tendine, una struttura fibro-elastica flessibile e particolarmente resistente.

I tendini sono di diverse sezioni e dimensioni.

Alcuni, presenti negli arti superiori a livello dell’avambraccio, pur essendo molto piccoli e sottili, consentono non solo l’esecuzione di movimenti fini delle dita, ma anche l’azione della presa, di intensità spesso notevole, come avviene negli esercizi di sollevamento pesi.

Altri ancora, come il tendine quadricipitale e achilleo sono molto più spessi e sono deputati a contrastare la forza di gravità nella stazione eretta in fase statica e dinamica (passo-corsa).

Quando funzionano normalmente i tendini scorrono nelle loro logge lubrificate (guaine tendinee) in maniera fluida ed efficiente.

Quali sono le cause di una tendinite?

Talvolta, per diverse ragioni, un tendine si infiamma, il movimento del tendine nella sua strada anatomica perde di fluidità ed il meccanismo di trazione esercitato dal muscolo diviene un ulteriore stimolo irritativo.

La causa più comune di tendinite è su base irritativa per il sovraccarico funzionale.

Comunemente l’atleta dilettante avvia un programma di esercizi senza una tecnica di allenamento di base (riscaldamento, controllo del movimento) , o incrementa i propri carichi di lavoro sconsideratamente, e allora inizia a sperimentare le tendiniti: infatti il tendine che non sia preparato ai nuovi carichi di lavoro non è “educato” allo sfruttamento delle proprietà di elasticità che lo contraddistinguono, ed il suo sovraccarico comporta una infiammazione. Questa, se misconosciuta può cronicizzare nel perseverare di un allenamento improprio.

Un’altra causa comune di tendinite è su base degenerativa correlata all’età (tendinosi).

Con il passare degli anni, il tendine perde le proprietà elastiche e vascolari che lo caratterizzano nelle prime 2-3 decadi di vita. L’aumento relativo della sua rigidità , comporta una minore compliance del tendine agli stress meccanici sulle fibre costitutrici, che si possono lacerare per non guarire (sfibrillamento) o guarire male (deposizione di sali di calcio – tendinopatie calcifiche). Nelle forme degenerative, è piuttosto frequente anche la rottura del tendine (es. tendini della cuffia dei rotatori della spalla, tendine d’Achille).

Un ultimo gruppo di flogosi tendinea è quello delle tenosinoviti, in cui non è tanto il tendine ad essere infiammato, quanto la guaina sinoviale (loggia lubrificata) in cui scorre. In questi casi, o per la presenza di piccole deformità del tendine (cisti irritative o degenerative) o per alterazioni infiammatorie della guaina stessa, il tendine non scorre con la dovuta fluidità, ma “grippa”, irritando ulteriormente la guaina.

Classificazione anatomo-patologica

Tendinopatie inserzionali

Tenosinoviti stenosanti

Tenosinoviti ipertrofico-essudative

Peritendiniti

Tendinosi

Forme miste

Lussazioni

Rotture sottocutanee

Le sedi più colpite

Tutte le articolazioni, dalle grandi (spalla, anca, ginocchio) alle piccole (gomiti, caviglie) possono essere sede di tendiniti. Tra i praticanti di body-building a livello amatoriale a farla da padrone è la tendinite del Capo Lungo del Bicipite Omerale della spalla.

Il disturbo spesso insorge dopo uno sforzo eseguito in fase di contrazione eccentrica dei muscoli della spalla ad esempio in fase di spinta su panca piana, panca inclinata o lento dietro. Il tendine, stirato oltre quanto concesso dalla sua riserva elastica si lacera in maniera invisibile ad occhio nudo, e si genera una infiammazione. Dopo una fitta iniziale il disturbo diviene più vago, associato ad un senso di peso doloroso anche notturno nella regione antero-mediale della spalla, spontaneo o provocato dai movimenti. Occasionalmente si può avvertire una sensazione meccanica di click-clack nella stessa sede, ai movimenti di intrarotazione o extrarotazione della spalla (sublussazione del tendine).

La diagnosi

La comparsa di sintomi sospetti deve allertare l’atleta, e porlo nelle condizioni di identificare, se possibile, un “primum movens” del disturbo.

In prima istanza si impone il riposo funzionale dell’articolazione colpita, con la sospensione immediata di tutte le attività motorie non necessarie. Questa, da sola può essere risolutiva,e talora, diagnostica della patologia.

A dispetto di qualunque accertamento diagnostico fai da te resta necessaria una visita ortopedica o fisiatrica, che grazie alla anamnesi ed all’esame obiettivo, permette nella stragrande maggioranza dei casi una tempestiva diagnosi. Solo nei casi dubbi, in cui si sospettino lesioni associate, può essere richiesta una ecografia o una risonanza magnetica mirata su un territorio specifico. Nelle forme degenerative, il sospetto di tendinopatie calcifiche può richiedere anche l’impiego di RDX in particolari proiezioni.

Il trattamento

Le forme acute, subacute, croniche, qualunque esse siano, tutte richiedono in primis il riposo, con buona pace dell’anima (dura lex sed lex!!).

Sulla base della diagnosi clinica e strumentale è possibile identificare la sede e le caratteristiche del disturbo, ed approntare le terapie appropriate che variano molto a seconda che si tratti di tendinite acuta o cronica.

Generalmente queste sono:

terapia fisica (crioterapia, stretching, potenziamento isometrico-isotonico contro resistenza, tecarterapia, ionoforesi)

medica (FANS o Corticosteroidei assunti per os o infiltrati localmente)

terapia chirurgica (riservata a casi cronici selezionati, resistenti alle terapie mediche).

Resta sempre doveroso segnalare che questo semplice articolo vuole avere un carattere unicamente divulgativo. Dovere del medico è prima di tutto scoraggiare qualunque iniziativa terapeutica fai da te, ed indirizzare il paziente verso un coscienzioso inquadramento delle problematiche cliniche, degli iter diagnostici e delle terapie più utili e adeguate.

 

Dr. Luigi Mossa
Medico Chirurgo specializzando in Ortopedia

La Cellulite

Il termine “cellulite” rappresenta una parola che non dovrebbe più essere utilizzata nel campo medico, infatti etimologicamente indica un’infiammazione acuta di cellule non ben precisate.

I mass media hanno, però, da anni utilizzato questo termine che, oggi, è divenuto di accezione comune per indicare una situazione inestetica del corpo femminile. Da ciò non ci resta che accettarlo e vedere cosa esattamente viene indicato con lo stesso.

Con il termine improprio di “cellulite” vengono oggi comprese delle situazioni inestetiche che, pur presentando in comune un aumento volumetrico a livello della faccia supero-esterna della coscia, riconoscono eziologie diverse e richiedono, perciò’ dei trattamenti correttivi o terapeutici diversi.
Queste particolari salienze del corpo femminile hanno rappresentato, nel mondo occidentale, per vari secoli uno dei canoni estetici della bellezza femminile. Pittori e scultori dall’antica Grecia allo scorso secolo hanno rappresentato la bellezza femminile arricchita dalla così detta “cellulite”.
Ma dai tempi di Afrodite i canoni della bellezza femminile sono cambiati e nell’epoca moderna, dove la cultura anglosassone ha preso il sopravvento su quella mediterranea, i canoni della bellezza sono cambiati ed oggi il concetto di bello è rappresentato dal corpo androide delle top model californiane o australiane causando afflizione nelle donne occidentali a struttura mediterranea.
Oggi tre donne su quattro lamentano gli emblematici cuscinetti delle Tre Grazie del Rubens.

– I Quadri Clinici

– La Valutazione

– Trattamento dei Quadri Clinici

– Metodiche di Trattamento

– Classificazione della Cellulite

La cellulite: i quadri clinici
Con il termine improprio di “cellulite” vengono oggi comprese delle situazioni inestetiche che, pur presentando in comune un aumento volumetrico a livello della faccia supero-esterna della coscia, riconoscono eziologie diverse e richiedono, perciò’ dei trattamenti correttivi o terapeutici diversi.
E’ quindi fondamentale un corretto inquadramento clinico – strumentale prima di procedere in trattamenti medici, chirurgici o fisioterapici.
L’inestetismo su esposto può’ essere attribuito a tre diverse condizioni:

1) Disarmonie della Silhouette
Questa condizione, ereditaria e supportata da una particolare struttura ossea del bacino, non esprime uno stato patologico ma determina soltanto una disarmonia della figura non accettata dai canoni estetici della moda di oggi.
Si ha un divario più o meno importante tra il diametro bitrocanterico e quello biomerale. L’eccesso volumetrico della faccia supero-esterna della coscia è sostenuta dal grande trocantere del femore: è quindi impossibile ridurre questo inestetismo localmente.

2) Eccesso Di Adiposità Localizzata
Alcune volumetrie del tessuto adiposo condizionate dall’azione degli ormoni estrogeni, entro certi limiti, debbono essere considerate come una presenza normale. Infatti, esse svolgono un ruolo estetico nel corpo femminile mascherando le salienze ossee e le sporgenze muscolari. Un trattamento delle adiposità’ localizzate e’ richiesto solo in caso di notevole eccedenza.
Le zone di adiposità localizzata nel distretto inferiore del corpo femminile sono individuabili a livello dei glutei, dell’addome, dei fianchi, della faccia supero esterna della coscia e al ginocchio, medialmente.
L’adiposità localizzata in eccesso può essere costituita da numerose cellule di dimensioni normali (iperplasia), da un numero normale di cellule di grandi dimensioni (ipertrofia), da un misto delle due situazioni. Il trattamento lipolitico potrà dare risultati soprattutto sulle adiposità localizzate che dal punto di vista istomorfologico presentano una situazione ipertrofica: è utile anche nel trattamento iniziale delle forme miste e questo per la particolare tendenza che ha l’adiposità a mantenere costante il proprio volume.

3) Panniculopatia Edemato-Fibro-Sclerotica
Un’affezione degenerativa a carattere evolutivo del tessuto sottocutaneo dovuta ad alterazioni del microcircolo (Cellulite e Microcircolo).
Si sviluppa su un substrato costituzionale legato a tutta una serie di fattori predisponenti e scatenanti.

Fattori Predisponenti

– la razza occidentale
La meiopragia costituzionale delle pareti vasali e la cellulite sono caratteristiche evidenti nelle donne occidentali: le donne asiatiche o quelle di colore non presentano questi problemi.

– l’ereditarietà
Esiste una meiopragia costituzionale delle pareti vasali ereditata geneticamente e che viene trasmessa dagli ascendenti ai discendenti.

– la scarsa componente muscolare
La ridotta quantità di muscolatura è un aspetto che caratterizza il sesso femminile e si può tradurre, a livello delle gambe, in una insufficienza della pompa muscolare con conseguente compromissione della vis a tergo.

Fattori Scatenanti

– i difetti posturali e i difetti nell’appoggio plantare
Alterazioni posturali determinano iperappoggio su di un arto con relativa contrattura spastica della muscolatura responsabile di un’alterazione funzionale della circolazione venolinfatica e quindi di un fenomeno di stasi. Ugualmente un appoggio plantare non corretto (cavismo, piattismo) determina nella fase dinamica del movimento una irregolare spremitura della suola venosa del Lejard e conseguente disfunzione del circolo veno-linfatico di ritorno.

– la stazione eretta prolungata
Nel caso di una stazione eretta prolungata si comprende il fattore gravitazionale nella induzione di una insufficienza venolinfatica, l’insufficienza della pompa muscolare della gamba, l’insufficiente spremitura della suola venosa del Lejard.

– le cattive abitudini
Gambe vicino a fonti di calore ( radiatori, fuoco ), gambe flesse per diverse ore, uso di calzature non idonee ( es. calzare di frequente scarpe con i tacchi alti causa di cavismo o scarpe da tennis causa di piattismo ), abbigliamento non idoneo ( es. jeans troppo aderenti o indumenti analoghi che costringono impedendo il ritorno venoso ), fare il bagno in vasca con acqua calda superiore ai 30° (è da preferire la doccia), esporsi al sole e coprire le gambe con un asciugamano bagnato ( si crea un effetto serra più dannoso di una esposizione diretta al sole ).

– la dieta ipoproteica, ipovitaminica e povera di fibre
La povertà in fibre si traduce in un ristagno del materiale fecale con dilatazione dell’ampolla rettale e fenomeni di compressione sulle vene iliache e quindi ostacolo al deflusso venoso dell’arto inferiore. Per il metabolismo delle pareti vascolari sono ormai note le funzioni ottimizzanti delle vitamine A, E, C. Una dieta povera in proteine si tradurrà in un situazione deficitaria del corredo miocontrattile delle fibrocellule muscolari lisce delle pareti venose e dei vari enzimi preposti al metabolismo energetico.

– l’impiego di anticoncezionali
L’assunzione di anticoncezionali ormonali in donne con Insufficienza Venosa Cronica (IVC) va valutata attentamente consigliando l’opportunità di altri metodi di contraccezione. I progestinici quando associati agli estrogeni ne esaltano l’azione favorente la ritenzione idrica forse attraverso un incremento dell’aldosterone.
Le minipillole attualmente in commercio per le donne affette da insufficienza venosa cronica forse rappresentano un rischio minore che non una gravidanza.

– la vita sedentaria
L’esercizio fisico,attraverso l’azione della cosiddetta “pompa muscolare” ( contrazione dei muscoli e movimenti del diaframma), ha importanti significati per il normale flusso venoso.

– la gravidanza
Il progesterone prodotto dal corpo luteo e dalla placenta riduce l’eccitabilità della muscolatura liscia.
La relaxina prodotta dal corpo luteo esplica rilassamento della sinfisi pubica e un’azione miolitica sistemica ( potenzia l’azione del progesterone).
Gli estrogeni causano un aumento della ritenzione idrica (edema) per aumentata permeabilità capillare.
Le dimensioni dell’utero gravidico, che dopo il 6° mese comprimono il sistema cavale inferiore , la riduzione della vis a fronte per ridotta espansibilità delle escursioni diaframmatiche con il pacchetto intestinale che di conseguenza comprime le vene iliache peggiorano la situazione.

– l’obesità

1) per riduzione della vis a fronte (viene ostacolata l’escursione diaframmatica e l’espansibilità toracica);

2) riduzione della vis a tergo;
Un deficit di effetto insulinico può essere conseguente alla insulino-resistenza, ad un deficit di vitamina B1, alla comparsa di autoanticorpi anti-insulina, anti-recettore, anticellule b, a turbe neurormonali come un aumento di somatostatina che è un inibitore multifunzionale che esplica la sua azioni anche nei confronti dell’insulina o meglio delle cellule b delle insule pancreatiche di Langherans, all’impiego di ormoni e farmaci diabetogeni, alla gravidanza. Un deficit di effetto insulinico si tradurrà in un deficit bioenergetico per difettosa utilizzazione della principale molecola utilizzabile dall’organismo per scopi energetici: il glucosio. La naturale espressività clinica di un deficit bioenergetico è l’astenia con conseguente ridotta attivazione della pompa muscolare e ridotta spremitura della suola venosa del Lejard.

3) aromatizzazione degli androgeni operata dal tessuto adiposo. L’iperestrogenismo favorisce il passaggio degli elettroliti e dell’acqua negli spazi interstiziali stimolando la secrezione di aldosterone e adiuretina.

La cellulite: la valutazione
Sul piano operativo la visita medica verterà su:

Esame Anamnestico

1) La presenza di una familiarità per malattie flebolinfologiche.
Nell’anamnesi familiare sarà ancora importante ricercare la presenza di un habitus ginoide accentuato negli ascendenti o collaterali.

2) L’anamnesi fisiologica che dovrà essere particolarmente accurata perché in essa si potranno riscontrare gli errori comportamentali e di igiene di vita alla base di un’eventuale alterazione venolinfatica degli arti inferiori.
Si evidenzierà in particolare:
– l’alimentazione ed in particolare l’eventuale eccesso di assunzione di zuccheri e sali, sostanze ad attività igroscopica che peggiorano la ritenzione idrica tessutale;
– l’attività motoria degli arti inferiori,fondamentale per una corretta circolazione venolinfatica che progredisce in senso centripeto principalmente per l’azione di contrazione ritmica dei muscoli;
– la regolarità dell’alvo, perché il ristagno fecale determina compressione delle iliache e stasi venosa;
– la presenza di iperestrogenismi assoluti, relativi o iatrogeni: gli estrogeni attivano a livello periferico le chinine vasoattive determinando vasodilatazione e aumento di permeabilità capillare.

Esame Obbiettivo

Ispezione
Con l’Ispezione si valuterà le zone di incremento volumetrico, l’aspetto e il colorito della cute, l’eventuale presenza di segni di insufficienza flebo-linfatica (varici,teleangiectasie,edemi).

Palpazione
La palpazione ci fornirà indicazioni riguardo il grado di pastosità, elasticità e plicabilità della cute.

Esami Strumentali

Valutazione antropometrica
Verrà calcolato l’habitus, il peso ideale soggettivo, la massa adiposa, il body mass index e il total body water mediante misurazioni classiche, plicometria ed impedenziometria. L’elaborazione dei dati ottenuti ci permetterà di valutare gli eventuali eccessi ponderali assoluti, gli eccessi adiposi, le carenze muscolari, gli assetti ossei e gli incrementi di massa acquosa.

Valutazione posturale
Con il risultato dato dalla osservazione diretta e dal plantoscopio si valuterà lo stato posturale del soggetto. Situazioni di alterazione dell’ortostatica determinano iperappoggio su di un’ arto con contrattura spastica della muscolatura dello stesso, a questo consegue una non corretta stimolazione della circolazione venolinfatica e, conseguentemente, stasi.
Ugualmente un appoggio plantare non corretto determinerà nella fase dinamica del movimento una irregolare spremitura della “suola venosa del Leyar”, il cuore del sistema venoso, e alterazione del circolo venolinfatico.

Valutazione flebolinfologica
Prevederà una semeiotica manuale ed una strumentale. La prima valuterà la situazione cutanea (discromie, distermie, teleangectasie, ecc.), la dolorabilità sia alla pressione delle interruzioni di fascia a livello della faccia interna della gamba, segno di stasi venosa, che al pinzettamento dei tessuti, segno di compressione delle terminazioni nervose per edema. La semeiotica strumentale prevede l’uso della ultrasonografia doppler per valutare la continenza del circolo venoso superficiale e profondo e un esame ecografico del tessuto adiposo.

Ecografia del tessuto adiposo
Per lo studio ecografico del tessuto adiposo si utilizzano apparecchi muniti di sonda lineare da 7,5 Mhz con interposizione di un distanziatore sintetico di superficie.
Sonde lineari di minore frequenza ( 5 MHz ) presentano una minore risoluzione e l’ecogramma ha echi più grossolani.
Si eseguono scansioni assiali e longitudinali con relative misurazioni in ogni distretto.
Le regioni esaminate comparativamente sono:

– la trocanterica
– la sottotrocanterica
– la sovracondiloidea mediale
– l’interna del ginocchio
– la premalleolare interna
– la premalleolare esterna

Le misurazioni devono includere lo spessore del derma compreso tra la linea iperecogena dell’epidermide e quella profonda del derma e lo spessore del tessuto adiposo compreso tra la linea iperecogena del derma e la fascia iperecogena del perimisio.
Con l’Ecografia del tessuto adiposo possiamo non soltanto differenziare una adiposità localizzata da una panniculosi ma persino valutare lo stadio di quest’ultima. Ciò ci permette di scegliere correttamente il tipo di intervento terapeutico e, soprattutto, di fare una prognosi sul possibile risultato.

Doppler del tessuto adiposo
In Medicina Estetica si realizza uno studio doppler flussimetrico del sistema venoso degli arti inferiori . Esso ha lo scopo di stabilire:

– la pervietà del sistema venoso profondo
– la continenza valvolare safenica
– la localizzazione delle vene perforanti sede di refflussi

Si utilizzano ultrasuoni con frequenze variabili da 2 a 10 MHz. Le più usate sono quelle di 4 e 8 MHz.
Un funzionamento a bassa frequenza (4 MHz) fornisce una migliore penetrazione nei tessuti ed è adatta all’esplorazione di strutture profonde (sistema venoso profondo), un funzionamento ad alta frequenza (8 MHz) offre una penetrazione più superficiale (sistema venoso superficiale) per un maggiore assorbimento dell’onda da parte dei tessuti.
Dal punto di vista auscultatorio quello venoso è un flusso fasico, a soffio di vento, variabile di intensità con gli atti respiratori e con la posizione.

Studio del Sistema Venoso
Gli assi venosi vengono studiati ponendo la sonda sul loro decorso e constatando la fasicità del flusso in rapporto alla respirazione.
Nell’arto inferiore possiamo esplorare per il circolo profondo la vena iliaca comune e l’esterna, le femorali comune ed superficiale, la vena poplitea, la vena tibiale posteriore.
Per il circolo superficiale esploreremo la grande e piccola safena, le vene collaterali e le perforanti.
Nello studio delle patologie venose degli arti inferiori il Doppler ci fornisce informazioni sulla pervietà della vena e sulla continenza valvolare dei tre sistemi degli arti inferiori: superficiale, profondo, comunicante.
La pervietà degli assi venosi profondi viene studiata ponendo la sonda sul loro decorso e constatando la fasicità del flusso in rapporto alla respirazione e la trasmissibilità di impulsi impressi con la compressione manuale delle masse muscolari a monte.
La continenza valvolare viene saggiata grazie a manovre di compressione-decompressione effettuate sulle masse muscolari a valle della sonda, o alla manovra di Valsalva (inspirazione profonda seguita da espirazione forzata a bocca e naso chiusi) con sonda sempre posizionata sulla vena da esplorare.
Per studiare la continenza valvolare ostiale della grande safena si pone la sonda esploratrice (capsula piezoelettrica) in corrispondenza della crosse safeno-femorale (punto di incontro del circolo venoso profondo e del circolo venoso superficiale) al triangolo dello Scarpa. Si localizza prima l’arteria satellite (sono udibili degli schiocchi sincroni all’attività pulsatile dell’arteria) e poi la vena. Il paziente è in ortostatismo e lo si invita a tossire o ad eseguire una manovra di Valsalva. Acusticamente si percepirà un rumore di reflusso più o meno intenso se la valvola è incontinente. In caso di continenza valvolare si avrà un arresto del flusso .Per studiare la giunzione safeno poplitea si dispone la sonda nel cavo popliteo. Si provoca un aumento della pressione venosa a monte mediante compressioni manuali osservando la competenza valvolare nel caso si arresti il flusso o al contrario il cedimento della valvola stessa in caso si abbia reflusso al termine della manovra. Di notevole interesse pratico è la ricerca delle comunicanti insufficienti. Per localizzarle si usa il metodo di Pratt dei due lacci con i quali si delinea progressivamente l’area in esame mentre la sonda raccoglie i segnali di reflusso della vena comunicante insufficiente provocati da compressioni manuali dell’arto a monte e a valle dei lacci. La tensione dei lacci dev’essere tale da bloccare solo il deflusso superficiale. Il paziente è in decubito supino.
Si sposta la sonda nel tratto in esame esercitando contemporaneamente una compressione a valle e a monte del segmento compreso tra i lacci emostatici laddove esiste una comunicante incontinente si avrà un suono bifasico.
Lo studio Doppler del sistema venoso viene sempre completato dal rilievo delle pressioni venose in clinostatismo e ortostatismo del circolo profondo e superficiale degli arti inferiori.
Si pone il manicotto di uno sfigmomanometro al di sopra del malleolo interno dell’arto da studiare e si ricerca la vena (safena interna e/o tibiale posteriore) con la sonda Doppler distalmente a dove è stato disposto il manicotto.
Si gonfia il manicotto ad una pressione tale da provocare l’occlusione venosa, quindi gradualmente si sgonfia il manicotto è si considera significativo il valore in cui riprende il flusso venoso (rumore a colpo di vento). Tale manovra va ripetuta 2-3 volte al fine di ottenere un valore affidabile e preciso. In condizioni normali la pressione venosa in clinostatismo varia da 10 a 25 mm Hg sia alla vena tibiale posteriore che nella vena grande safena. In ortostatismo si registrano pressioni di 40-60 mm Hg sia nel sistema venoso profondo che in quello superficiale (negli arti inferiori).

La cellulite: trattamento dei quadri clinici
Lo schema operativo che proponiamo è basato su un principio didattico, infatti molto spesso i quadri clinici non si presentano da soli ma sovrapposti gli uni agli altri.
In caso di sovrapposizione dovremo sempre iniziare il nostro trattamento curando l’unica vera patologia, la PEFS, e pianificando un giusto programma preventivo.

Solo dopo passeremo al trattamento di correzione delle altre situazioni inestetiche.

DISARMONIE DELLA SILHOUETTE
Questa situazione corrisponde, di solito, a:
– peso ideale soggettivo normale
– divario più o meno importante tra il diametro bitrocanterico e il biomerale
– normalità degli esami strumentali eseguiti

Trattamento
Su queste basi, l’intervento si dovrà limitare ad una riarmonizzazione della figura della paziente attraverso lo sviluppo del torace e la stimolazione della muscolatura del cingolo scapolare.
Infatti, questa situazione e’ supportata da un particolare assetto scheletrico di bacino e l’eccesso volumetrico della faccia supero-esterna della coscia e’ sostenuta dalla testa del grande trocantere del femore: e’ quindi impossibile ridurre questo inestetismo localmente. La riarmonizzazione deve, quindi, prevedere una integrazione delle volumetrie della porzione superiore del corpo ottenibile con l’aumento volumetrico del torace e l’eventuale ipertrofizzazione dei capi muscolari del cingolo scapolo-omerale.
L’aumento del volume della cassa toracica si ottiene con un’opportuna ginnastica aerobica (nuoto, corsa, etc.). L’ipertrofizzazione può essere ottenuta sia con body-building attivo sia con elettrostimolazione muscolare che, a fini ipertrofizzanti, prevede tempi di contrazione superiori agli otto secondi.
E’ preferibile trattare i muscoli da ipertrofizzare con questa particolare elettrostimolazione e ciò perché l’ipertrofia del muscolo non e’ un processo fisiologico, infatti l’incremento volumetrico e’ dovuto non solo alle fibrocellule muscolari ma anche all’ipertrofia connettivale. Meglio, perciò, stimolare solo i capi muscolari che a noi interessano senza coinvolgere i muscoli accessori come avviene nel movimento attivo.
Un’altra situazione che può sempre rientrare tra le disarmonie della silouette è quella che consegue alla ipotrofia del muscolo gluteo. In questo caso la diminuzione del volume muscolare determina caduta del gluteo per gravita’ e conseguente compressione dei tessuti della porzione posteriore della coscia con fuoriuscita laterale di un eccesso volumetrico di tessuto a livello della faccia supero-esterna della coscia.
Sempre all’ipotrofia del muscolo gluteo va attribuita la comparsa di buchetti sulla cute in posizione ortostatica. Questa situazione non va confusa con la cute a materasso caratteristica dell’ultimo stadio della PEFS e determinata dallo stiramento dei tralci fibrosi neoformati, inestetismo permanente sia in orto che in clinostatismo.
In caso di ipotrofia muscolare i tessuti soprafasciali tendono a cadere per gravità e stirando i filamenti connettivali che normalmente li tengono adesi alla fascia muscolare determinano l’inestetismo.
Anche in questo caso la riarmonizzazione prevederà una ricostruzione del muscolo gluteo con body-building attivo o, meglio, con elettrostimolazione ipertrofizzante.
Fondamentale è ricordare alla paziente la necessità di un giusto apporto di proteine necessarie alla costruzione del muscolo e di una supplementazione argininica che stimolando la formazione del GH incrementa la massa muscolare a discapito di quella adiposa.

ECCESSO DI ADIPOSITA’ LOCALIZZATA
In questa situazione clinica rileveremo:

– peso soggettivo normale o aumentato
– normale rapporto tra diametro biomerale e bitrocanterico
– normalita’ degli esami strumentali eseguiti fatta eccezione per un accentuato “effetto bordo” (aumento di spessore) all’esame ecografico

Trattamento
L’intervento si occuperà, in questo caso, della riduzione ponderale, se necessaria, mediante trattamento dietetico equilibrato ipocalorico e della riduzione dell’adiposità localizzata con mezzi farmacologici, fisioterapici e/o chirurgici.
Il trattamento riduttivo degli eccessi volumetrici localizzati del tessuto adiposo deve prevedere un’azione locale e questo perché eventuali stimoli alla lipolisi effettuati con trattamenti generalizzati (ad esempio una dieta ipocalorica) porteranno a perdita di grasso dai distretti a metabolismo normale, accentuando ulteriormente la disarmonia locale. Si osserverà, cioè, perdita di tessuto adiposo a livello del seno e del viso della nostra paziente mentre le zone di adiposità localizzata resteranno quasi inalterate.
Il trattamento locale delle adiposità localizzate prevede interventi lipolitici e interventi lipoclasici.

Interventi Lipolitici
Sono da preferire rispetto agli interventi lipoclasici perché non determinano danni tessutali, ma spesso sono insufficienti come risposta per le particolarità strutturali del tessuto adiposo. Infatti l’adiposità localizzata in eccesso può presentarsi tale o perché costituita da numerose cellule di dimensioni normali, o perché costituita da un numero di cellule normali ma di grandi dimensioni o, ancora, da un misto delle due situazioni.
Il trattamento lipolitico potrà dare risultati solo sulle adiposità ipertrofiche o sul trattamento iniziale di quelle miste e questo per la particolare tendenza che ha l’adipocita a mantenere costante il proprio volume. Infatti se stimoliamo la liposintesi intradipocitaria avremo un aumento dei grassi contenuti nella cellula fino ad un massimo oltre il quale non è possibile salire perché scompaiono sulla cellula adiposa i recettori per l’insulina, strutture presenti sulla parete cellulare che permettono l’ingresso del glicerolo necessario alla sintesi dei trigliceridi (grassi): la cellula potrà, ora, solo diminuire di volume ma non accrescersi ulteriormente. Stessa cosa avviene nel processo inverso, cioè nell’eccessiva riduzione dei grassi intracellulari. Ne consegue che qualunque nostra azione per variare la volumetria dell’ adipocita sarà annullata al variare delle condizioni ambientali dello stesso. E cioè l’azione lipolitica porterà a diminuzione dell’adiposità ipertrofica o mista fino al volume normale dell’ adipocita, riduzioni ulteriori avranno solo un risultato transitorio e scompariranno alla sospensione dell’azione lipolitica.

I trattamenti lipolitici prevedono l’attivazione del metabolismo del tessuto adiposo. Essi sono :

– La Mesoterapia Allopatica
– La Mesoterapia Omotossicologica
– L’Elettrolopolisi
– La Carbossiterapia

Questi trattamenti risolvono un’adiposità localizzata ipertrofica e migliorano un’adiposità localizzata iperplastica preparandola ad un miglior risultato con eventuali trattamenti lipoclasici.

Interventi Lipoclasici
Quando il trattamento lipolitico e’ inutile o insufficiente. E’ necessario effettuare un trattamento con mezzi lipoclasici.

I trattamenti lipoclasici sono sia medici che chirurgici e sono attualmente rappresentati da:

– la liposuzione
– l’ idrolipoclasia ultrasuonica
– l’ossigeno-ozonoterapia

I mezzi lipoclasici determinano un danno tessutale che porta a diminuzione del volume in eccesso. Il mezzo più rapido, anche se ovviamente il più traumatico, per eliminare il tessuto adiposo è dato dalla liposuzione.
Questa e’ un intervento chirurgico basato sull’aspirazione del grasso frantumato da una cannula a punta smussa.
Il vantaggio della liposuzione rispetto ai mezzi medici e’ dato dalla rapidità con la quale si ottiene il risultato, ma la metodica richiede una esperienza, un ambiente ed un’assistenza chirurgica. L’alternativa medica alla liposuzione è oggi l’ idrolipoclasia ultrasuonica. Questa metodica prevede l’infiltrazione dell’adiposità localizzata con soluzioni al fine di aumentare notevolmente e in modo parcellare la massa liquida del tessuto. Successivamente si applicano gli ultrasuoni a 3 MHz e a 6 Watt/cmq che determinano danno da cavitazione (continua formazione ed esplosione di microbolle di vapore).
Va ricordato che questa terapia, come tutti gli interventi lipoclasici, non determina solo la distruzione degli adipociti ma di tutto il materiale biologico interessato al trattamento.
L’ossigeno-ozonoterapia, che però presenta numerose perplessità, prevede l’introduzione di questa miscela gassosa nel tessuto in eccesso. I radicali liberi dell’ossigeno che si formano per decomposizione di questa miscela determinano una lipoperossidazione delle membrane biologiche con danno e frammentazione delle stesse.
Anche in questo caso va ricordato che l’azione lesiva dei radicali liberi non agisce solo sugli adipociti ma su tutte le membrane cellulari con danno di ogni tipo di cellula.

Riassumendo
Da quanto esposto risulta che il trattamento dell’adiposità localizzata deve essere affrontato con le seguenti tappe:

a) normalizzazione dell’eventuale eccesso adiposo generale con dieta (Cronodieta) e attività fisica;

b) attivazione della lipolisi con mesoterapia , con elettrolipolisi o con la carbossiterapia.

c) trattamento lipoclasico con ILCUS, liposuzione o infiltrazione di ossigeno-ozono per diminuire definitivamente le volumetrie in eccesso. Ai trattamenti clasici è utile far seguire

PANNICULOPATIA EDEMATO-FIBRO-SCLEROTICA
In questa situazione clinica rileveremo le alterazioni clinico-strumentali caratteristiche di questa microangiopatia.

Trattamento
Il trattamento terapeutico sarà modulato in funzione dei risultati strumentali:
– se all’esame doppler del circolo venoso si riscontrano alterazioni della funzionalità valvolare responsabili dell’insufficiente ritorno venoso, si imposterà prima di ogni altro intervento un programma di correzione chirurgica. Sarebbero, infatti, inutili i trattamenti medici e fisioterapici in presenza di una ipertensione venosa da danno anatomico;
– in caso di esame doppler negativo il trattamento terapeutico sarà impostato sulla base dei risultati ecografici (Ecografia del Tessuto Adiposo), ricordando che il danno strutturale potra’ essere corretto terapeuticamente nella fase edematosa e nello stadio iniziale della risposta fibrotica: nulla potrà essere variato quando la risposta connettivale avrà raggiunto la fase sclerotica o scleronodulare.
Il trattamento terapeutico si avvarrà di interventi farmacologici abbinati ad interventi fisioterapici. Per via mesoterapica (Mesoterapia) si utilizzano farmaci flebotropi ed antiedemigeni nel primo stadio e farmaci fibrinoliti nel secondo stadio.
E’, in questo caso, quasi obbligatoria la somministrazione locale e questo perché i farmaci somministrati per via sistemica prevedono la veicolizzazione nei punti d’azione attraverso la via ematica, in caso di PEFS esiste un rallentamento circolatorio nei punti da trattare e, conseguentemente il farmaco può raggiungere con difficoltà la zona dove e’ richiesto.
Di aiuto al trattamento farmacologico sono le metodiche fisioterapiche che migliorano la progressione del sistema linfatico riducendo l’edema tessutale (Drenaggio Linfatico).
La carbossiterapia permette vasodilatazione e liberazione dei dispositivi di blocco che regolano il flusso del microcircolo e riduzione dell’ affinità dell’ emoglobina per l’ ossigeno e conseguente aumentato rilascio dello stesso, per questo riconosce un’utilità nel trattamento delle prime fasi della PEFS.
Anche l’elettrolipolisi riconosce, negli ultimi studi, la possibilità di essere utilmente utilizzata per ridurre l’edema nella PEFS. Il meccanismo di azione è ancora oggetto di verifica anche se i risultati strumentali positivi portano ad inserirla nel protocollo di trattamento della PEFS.
E’ da ricordare, infine, che le terapie descritte daranno risultati transitori od inutili se non accompagnate da una rieducazione delle scorrette norme comportamentali e di igiene di vita alla base dell’alterazione della circolazione venolinfatica degli arti inferiori.
In particolare si dovrà agire sui fattori predisponenti e sui fattori scatenanti curando l’alimentazione, l’assunzione di farmaci, gli stimoli stressogeni, la regolarità dell’alvo, il tipo di calzature e di abbigliamento, l’ambiente e il tipo di lavoro e, soprattutto, l’attività motoria degli arti inferiori.

Da quanto esposto l’operatività pratica nel trattamento della PEFS prevede:

a) eliminazione delle cause scatenanti e, per quanto possibile, delle predisponenti l’insufficienza venolinfatica degli arti inferiori
b) attivazione del circolo linfatico con DL manuale o meccanico
c) trattamento farmacologico locale ad azione flebotrofica, antiedemigena e fibrnolitica
d) miglioramento degli scambi microcircolatori con carbossiterapia
e) possibile uso dell’elettrolipolisi come azione antiedemigena

La cellulite: metodiche di trattamento
LE METODICHE DI TRATTAMENTO

elettrostimolazione
carbossiterapia
drenaggio linfatico
idrolipoclasia ultrasonica
ettrolipolisi
liposuzione
mesoterapia
ossigeno-ozonoterapia

La cellulite: classificazione della cellulite
L’inestetismo su esposto può essere attribuito a quattro diverse condizioni:

1) ACCENTUAZIONE DEL NORMALE HABITUS GINOIDE
Questa condizione, ereditaria e supportata da una particolare struttura ossea del bacino, non esprime uno stato patologico ma determina soltanto una disarmonia della figura non accettata dai canoni estetici della moda di oggi.
Si ha un divario più o meno importante tra il diametro bitrocanterico e quello biomerale. L’eccesso volumetrico della faccia supero-esterna della coscia è sostenuta dal grande trocantere del femore: è quindi impossibile ridurre questo inestetismo localmente.

2) IPOTONIA MUSCOLARE
In questo caso la diminuzione del volume muscolare dovuto ad una non corretta stimolazione determina caduta del gluteo sulla parte posteriore della coscia con fuoriuscita laterale di un eccesso volumetrico di tessuto a livello della faccia supero-esterna della coscia.

3) ECCESSO DI ADIPOSITA’ LOCALIZZATA
Alcune volumetrie del tessuto adiposo condizionate dall’azione degli ormoni estrogeni, entro certi limiti, debbono essere considerate come una presenza normale. Infatti, esse svolgono un ruolo estetico nel corpo femminile mascherando le salienze ossee e le sporgenze muscolari. Un trattamento delle adiposità’ localizzate e’ richiesto solo in caso di notevole eccedenza.
Le zone di adiposità localizzata nel distretto inferiore del corpo femminile sono individuabili a livello dei glutei, dell’addome, dei fianchi, della faccia supero esterna della coscia e al ginocchio, medialmente. In tali distretti, il tessuto adiposo tende a consolidarsi perché, mentre è regolare l’azione di liposintesi non lo è quella di lipolisi, inibita localmente dall’attività estrogenica. Stimoli alla lipolisi effettuati con trattamenti generalizzati (una dieta ipocalorica) porteranno a perdita di grasso dai distretti a metabolismo normale, accentuando ulteriormente la disarmonia locale.
Si osserverà la perdita di tessuto adiposo a livello del seno, del viso mentre le zone di adiposità localizzata resteranno quasi intatte. Una perdita di tessuto può riguardare anche gli organi interni: se si realizza a carico della capsula adiposa renale si può verificare ptosi renale e inginocchiamento dell’uretere.
L’adiposità localizzata in eccesso può essere costituita da numerose cellule di dimensioni normali (iperplasia), da un numero normale di cellule di grandi dimensioni (ipertrofia), da un misto delle due situazioni. Il trattamento lipolitico potrà dare risultati soprattutto sulle adiposità localizzate che, dal punto di vista istomorfologico, presentano una situazione ipertrofica: è utile anche nel trattamento iniziale delle forme miste e questo per la particolare tendenza che ha l’ adipocita a mantenere costante il proprio volume. Se stimoliamo la liposintesi intradipocitaria avremo un aumento del volume del vacuolo adiposo intracellulare fino ad un massimo. Oltre tale valore non è possibile che si verifichi un ulteriore aumento volumetrico dell’ adipocita perché scompaiono sulla cellula i recettori per l’insulina. Dalla interazione dell’insulina con tali recettori si realizzano diversi effetti biologici quali quelli a carico del metabolismo lipidico. L’insulina esplica un effetto inibitorio, all’interno dell’ adipocita, sulla lipasi che catalizza l’idrolisi dei trigliceridi. Inoltre, gran parte della captazione del glucosio mediata dall’insulina a livello adipocitario viene utilizzata per la formazione di alfa-glicerofosfato che è indispensabile per l’esterificazione degli acidi grassi che potranno, così, essere utilizzati per la biosintesi dei trigliceridi.
Una volta scomparsi i recettori per l’insulina, la cellula non potrà accrescersi ulteriormente ma potrà solo diminuire di volume. Nel processo inverso la riduzione del vacuolo intracellulare adipocitario non potrà scendere sotto certe dimensioni minime. Ne consegue che qualunque nostra azione per variare la volumetria dell’ adipocita sarà limitata. L’azione lipolitica porterà ad una diminuzione dell’adiposità ipertrofica o mista fino al raggiungimento da parte dell’ adipocita del volume minimo possibile. Riduzioni ulteriori avranno solo un risultato transitorio e scompariranno alla sospensione dell’azione lipolitica indotta dal nostro intervento terapeutico distrettuale.
La corretta diagnosi citomorfometrica dell’adiposità localizzata rappresenta un elemento essenziale per programmare un approccio terapeutico adeguato. Tale tipo di diagnosi si può effettuare solo con un esame istologico. Purtroppo il prelievo bioptico è un’indagine particolarmente traumatica e poco accettata dal paziente. Sommariamente, tale pratica diagnostica può essere sostituita dalla valutazione anamnestica dell’epoca d’insorgenza dell’adiposità e dal tasso insulinemico (meglio se valutato dopo carico glucidico).
La comparsa dell’eccesso volumetrico nel periodo prepuberale, quando le cellule grasse tendono a moltiplicarsi, depone per un adiposità di tipo iperplasico e un tasso insulinemico alto indica la scomparsa dei recettori per quest’ormone sull’ adipocita, situazione che si verifica quando la cellula ha raggiunto le sue massime dimensioni possibili (adiposità ipertrofica ). Si realizza quanto è di frequente riscontro nell’obesità, la cosiddetta down regulation o internalizzazione recettoriale. Si tratta di un processo di endocitosi. Il numero dei recettori si riduce perciò l’insulina rimane inattiva nel circolo.
L’ insulinoresistenza non è dovuta solo alla down regulation ma anche ad una diminuita sensibilità delle subunità alfa dei recettori per l’insulina e ad una difettosa trasduzione del segnale da parte delle proteine omologhe della parete cellulare deputate all’attivazione dell’ adenilciclasi, ad una difettosa trasduzione del segnale a livello post-recettoriale,alla comparsa di autoanticorpi (anticorpi anti-recettore, anticorpi anti-insulina ).

4) PANNICULOPATIA EDEMATO-FIBRO-SCLEROTICA
Un’affezione degenerativa a carattere evolutivo del tessuto sottocutaneo dovuta ad alterazioni del microcircolo.
Si sviluppa su un substrato costituzionale legato a tutta una serie di fattori predisponenti e scatenanti.

 

Un ringraziamento speciale
all’ autore e redattore dell’ articolo: Enrico De Stefani